18 aprile 2014

Sulla Via del Dolore con Maria

 
Dagli scritti di Edith Stein-Teresa Benedetta della Croce:

O Maria, oggi sono stata con te presso la Croce e una volta ancora ho sentito così chiaramente che sotto la Croce tu sei diventata nostra Madre. Come potrebbe la fedeltà di una madre terrena non prendersi cura di esaudire l'ultima volontà del figlio?
Ma tu, tu eri la serva del Signore: l'essere e la vita del Dio fatto uomo erano interamente inscritti nel tuo essere e nella tua vita. E' per questo che hai accolto i tuoi nel tuo cuore ed è con il sangue delle tue sofferenze che hai guadagnato ogni anima per una vita nuova.
Tu ci conosci bene tutti, con le nostre ferite e le nostre piaghe; conosci anche lo splendore celeste che l'amore del Figlio tuo vorrebbe espandere su di noi nella luce eterna.
Guida perciò i nostri passi con cura.
Nessun prezzo per te è troppo alto per condurci alla meta. Ma quelli che tu hai scelto per seguirti, per averli intorno a te un giorno presso il trono nell'eternità, ora devono restare qui con te sotto la Croce.   E' con il sangue delle loro sofferenze che devono acquistare lo splendore celeste delle anime preziose che il Figlio di Dio ha loro affidato in eredità.

17 aprile 2014

La Notte degli Ulivi raccontata da Benedetto XVI


Lo scenario della narrazione evangelica di questa preghiera è particolarmente significativo. Gesù si avvia al Monte degli Ulivi, dopo l'Ultima Cena, mentre sta pregando insieme con i suoi discepoli. Narra l’Evangelista Marco: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (14,26). Si allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell'hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del presente. Il percorso fino al Getsemani è costellato di espressioni di Gesù che fanno sentire incombente il suo destino di morte e annunciano l'imminente dispersione dei discepoli.
Giunti al podere sul Monte degli Ulivi, anche quella notte Gesù si prepara alla preghiera personale. Ma questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo. Molte volte Gesù si ritirava in disparte dalla folla e dagli stessi discepoli, sostando «in luoghi deserti» (cfr Mc 1,35) o salendo «sul monte», dice san Marco (cfr Mc 6,46). Al Getsemani, invece, egli invita Pietro, Giacomo e Giovanni a stargli più vicino. Sono i discepoli che ha chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione (cfr Mc 9,2-13). Questa vicinanza dei tre durante la preghiera al Getsemani è significativa. Anche in quella notte Gesù pregherà il Padre «da solo», perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito. Si direbbe, anzi, che soprattutto in quella notte nessuno possa veramente avvicinarsi al Figlio, che si presenta al Padre nella sua identità assolutamente unica, esclusiva. Gesù però, pur giungendo «da solo» nel punto in cui si fermerà a pregare, vuole che almeno tre discepoli rimangano non lontani, in una relazione più stretta con Lui. Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre, ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce. L’Evangelista Marco narra: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”» (14,33-34).

Nella parola che rivolge ai tre, Gesù, ancora una volta, si esprime con il linguaggio dei Salmi: «La mia anima è triste», una espressione del Salmo 43 (cfr Sal 43,5). La dura determinazione «fino alla morte», poi, richiama una situazione vissuta da molti degli inviati di Dio nell’Antico Testamento ed espressa nella loro preghiera. Non di rado, infatti, seguire la missione loro affidata significa trovare ostilità, rifiuto, persecuzione. Mosè sente in modo drammatico la prova che subisce mentre guida il popolo nel deserto, e dice a Dio: «Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi» (Nm 11,14-15). Anche per il profeta Elia non è facile portare avanti il servizio a Dio e al suo popolo. Nel Primo Libro dei Re si narra: «Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”» (19,4).

Le parole di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la preghiera al Getsemani, rivelano come Egli provi paura e angoscia in quell'«Ora», sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita.


Dopo l’invito a restare e a vegliare in preghiera rivolto ai tre, Gesù «da solo» si rivolge al Padre. L’Evangelista Marco narra che Egli «andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora» (14,35). Gesù cade faccia a terra: è una posizione della preghiera che esprime l’obbedienza alla volontà del Padre, l’abbandonarsi con piena fiducia a Lui. E’ un gesto che si ripete all’inizio della Celebrazione della Passione, il Venerdì Santo, come pure nella professione monastica e nelle Ordinazioni diaconale, presbiterale ed episcopale, per esprimere, nella preghiera, anche corporalmente, l’affidarsi completo a Dio, il confidare in Lui. Poi Gesù chiede al Padre che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora. Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere.

Cari amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita.

Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica insegna sinteticamente: «La preghiera di Gesù durante la sua agonia nell'Orto del Getsemani e le sue ultime parole sulla Croce rivelano la profondità della sua preghiera filiale: Gesù porta a compimento il disegno d'amore del Padre e prende su di sé tutte le angosce dell'umanità, tutte le domande e le intercessioni della storia della salvezza. Egli le presenta al Padre che le accoglie e le esaudisce, al di là di ogni speranza, risuscitandolo dai morti» (n. 543). Davvero «in nessun'altra parte della Sacra Scrittura guardiamo così profondamente dentro il mistero interiore di Gesù come nella preghiera sul Monte degli Ulivi» (Gesù di Nazaret II, 177).

Cari fratelli e sorelle, ogni giorno nella preghiera del Padre nostro noi chiediamo al Signore: «sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,10). Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio. Grazie.
Benedetto XVI, Papa Emerito

Fate questo in memoria di me


"Il comando di Gesù rivolto ai suoi discepoli chiamati a perpetuare quanto da lui stesso compiuto nel cenacolo si prolunga poi nel segno della lavanda dei piedi, tanto che lo stesso Maestro e Signore dice ai suoi commensali: «Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi» (Gv 13,15). Così facendo pone una relazione profonda e indisgiungibile tra l’Eucaristia, sacramento della sua offerta sacrificale al Padre per la salvezza del mondo, e il comandamento dell’amore che si traduce nel servizio incondizionato, sino al dono della vita, ai fratelli".

12 aprile 2014

Buona Domenica delle Palme


04 aprile 2014

Quando S. Teresa fu proclamata compatrona di Napoli

Busto realizzato quando fu proclamata patrona di Napoli


Era il 4 aprile 1664 quando un frate carmelitano scalzo, p. Vincenzo della Croce, napoletano di adozione, che era stato priore in Polonia e nelle Fiandre (dove conobbe e fu confessore di Anna di S. Bartolomeo, la suora che fu segretaria e infermiera di Teresa di Gesù) fece un annuncio molto atteso.
P. Vincenzo molto vicino alla comunità carmelitana di Napoli, città dove la riforma teresiana si era affermata velocemente e ai cittadini  ebbe il compito di annunciare ufficialmente che il Parlamento Generale, convocato dal reggente Conte di Pegnaranda, indicato dal Celano come “Il divotissimo signor conte di Pegnaranda, viceré con larghissime sovvenzioni” aveva proclamato,
per acclamazionem, S. Teresa di Gesù, patrona e protettrice della città e del Regno di Napoli.
Fu, questa, la proclamazione civile che suggellò quella ecclesiastica avvenuta nel 1636, quando l’arcivescovo Buoncompagni aveva ottenuto da Roma il decreto di elezione di S. Teresa a Patrona di Napoli.  Sin dal 1622, anno della canonizzazione della Riformatrice spagnola, Napoli aveva manifestato per Teresa una particolare venerazione. Come mai passarono ancora tanti anni? Si era deciso di non aggiungere altri patroni. A smuovere le acque un favore ottenuto grazie all’intercessione della santa, pregata intensamente il 26 agosto 1647 perché fosse messa fine a una serie di ribellioni nella piazza del popolo.

Non meraviglia che sia stato proprio il conte a fare questo regalo alla città: egli era molto legato all’ordine carmelitano, e molto devoto a Santa Teresa d’Avila. Grazie a lui furono arricchiti e perfezionati alcuni edifici religiosi come la stessa Chiesa di S. Teresa a Chiaia, la più antica intitolata alla santa di Avila. Qui, nel prossimo mese di maggio, con i frati e organizzeremo una mattinata di arte e spiritualità.

Stefania De Bonis


03 aprile 2014

Deserto. luogo d'incontro con Dio

Siamo nel pieno del cammino quaresimale e vogliamo proporre, anche a chi legge il nostro blog, la bella esperienza vissuta dalle fraternità della Campania a Maddaloni, con il ritiro "Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore", guidato da p. Arturo Beltràn che ci ha proposto due meditazioni.
 
PROLOGO
Il titolo del ritiro che stiamo vivendo è: “Ti condurrò al deserto e parlerò al tuo cuore”, parole tratte dal libro del Profeta Osea (Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore
). Anche se il termine deserto ha una connotazione negativa, perché è un posto dove non c’è vita, non c’è vegetazione e la gente e gli animali tentano di allontanarsi è anche un luogo che esercita una particolare attrazione sulla persona che cercava Dio, come vedremmo in questa riflessione. Soprattutto nella spiritualità biblica, e in quella Carmelitana, il deserto ha una grande importanza. Numerose volte questa realtà è citata nelle Scritture e nelle opere di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce.
Il deserto è stato sempre, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, una categoria presente in chi ha voluto trovarsi con Dio. La sua solitudine, il suo silenzio, l’assenza di stimoli esterni, ha fatto sì che dall’antichità le persone che cercavano Dio fossero portate a isolarsi qui. Vi si è recato Abramo in cerca di Dio (Genesi 12,1-4), è il luogo dove Dio ha parlato con Mosè, nel roveto ardente, dove si è rivelato al suo popolo, Israele, dove lo ha amato e creato come sua creatura… quindi il deserto è il luogo dove Dio “attua”.
La spiritualità carmelitana ha saputo riconoscere questi segni della tradizione spirituale biblica e li ha inseriti nella sua vita. Il Carmelo è nato propriamente nel deserto, se non propriamente in un luogo pieno di sabbia, ma in un luogo solitario quasi fatto apposta per incontrare a Dio e adorare sua Madre in tranquillità e serenità. Così i  primi pellegrini si sono radunati come eremiti nel Monte Carmelo attorno ad una cappella in onore della Madonna per vivere questa esperienza personale di contatto con Dio. Anche Santa Teresa e San Giovanni della Croce cercavano il deserto per la sua vita spirituale, tanto esteriore quanto interiore. La Santa Madre ha voluto creare dentro lo spazio ristretto dei suoi monasteri una piccola Tebaide carmelitana piena di cappelle che ricordassero il deserto del Monte Carmelo (i romitori); anche San Giovanni della Croce, secondo le tante testimonianze che abbiamo di lui, si ritirava nella montagna di Segovia nella solitudine.
Tutto questo ci dimostra paradossalmente come il deserto possa essere apertura al trascendente. Potremmo dire, come hanno scoperto e sperimentato Santa Teresa e San Giovanni della Croce, che il deserto è un luogo disabitato ma allo stesso tempo abitato da Dio. E’ uno dei tanti paradossi che troviamo nella Bibbia. 
Il desiderio di deserto e solitudine nasce in Santa Teresa dalla lettura della vita dei santi quando leggeva che si ritiravano del deserto per servire Dio, dopo con la sua evoluzione spirituale e esperienza personale si rende conto che il deserto è qualche cosa più interiore che esteriore, ed è questo che tenterà di trasmettere nel suo carisma e riflette nei suoi monasteri attraverso la vita di preghiera e la creazione di romitori nello stesso monastero. Ma l’ideale per Teresa non sarà vivere in solitudine, ma vivere da sole con Lui. È nel cuore più che nella cella più lontana dove si vive la solitudine con Gesù. Per Giovanni della Croce il vero deserto è quello della crescita umana, come l’esodo del popolo d’Israele per il deserto, è una ricerca di Dio attraverso le diverse tappe della vita spirituale. Questo cammino porterà l’uomo dalla schiavitù dei sensi alla liberta dell’incontro con Dio.
 
 
PER LEGGERE IL TESTO DELLA MEDITAZIONE CLICCA SUL TITOLO:
 

26 marzo 2014

Progetto pastorale "Cristo è un ottimo amico"

La commissione per il V centenario di S. Teresa di Gesù ha presentato un progetto pastorale aperto alle diocesi, le parrocchie i gruppi che a partire dallo schema proposto condividano l'orazione e l'esperienza teresiana del mistero di Cristo. Ma di un Cristo amico. Titolo del progetto pastorale è appunto “Cristo è un ottimo amico”, (Vita, 22,10).
(per scaricare il testo in italianoclicca qui)



25 marzo 2014

Maria, il coraggio di credere

.... È stato durante il mio lungo soggiorno nel deserto.
Vivevo nell'Hoggar in una fraternità di Piccoli Fratelli del Padre de Foucauld e mi guadagnavo il pane lavorando sulle piste di Tit, Tazrouk, In Amguel, come metereologo. Il lavoro mi piaceva assai perché oltre il sostentamento mi dava la possibilità di vivere nell'ambiente che avevo cercato: il deserto e di unire alla fatica quotidiana i grandi silenzi e la possibilità della preghiera prolungata.
In poco tempo conobbi i tuareg che vivevano sotto la tenda, gli aratini che coltivavano le oasi e gli arabi che venivano dal nord e i mozabiti che si dedicavano ai commerci.
Mi ero affezionato soprattutto ai tuareg che avevano gli accampamenti lungo le «gueltà »(Bacino roccioso dove affiora l'acqua). e sugli altipiani e coglievo le occasioni dei miei viaggi per fermarmi con loro la sera dopo il lavoro.
Fu durante un incontro con loro che io venni a conoscenza di un fatto interessante.
Ero venuto a sapere, quasi per caso, che una ragazza dell’accampamento era stata promessa sposa ad un giovane di un altro accampamento ma che non era ancora andata ad abitare con lo sposo perché troppo giovane. Istintivamente avevo collegato il fatto al brano del Vangelo di Luca dove si racconta proprio che la Vergine Maria era stata promessa a Giuseppe, ma non era ancora andata ad abitare con lui (Matteo 1, 18).
Ripassando due anni dopo in quell'accampamento, spontaneamente, come per trovare motivi di conversazione chiesi se il matrimonio fosse avvenuto.
Notai nel mio interlocutore un turbamento seguito da un evidente imbarazzato silenzio.
Tacqui anch'io. Ma la sera attingendo acqua ad una «gueltà» a qualche centinaio di metri dall’accampamento, vedendo uno dei servi del padrone, non potei resistere alla curiosità di conoscere il motivo del silenzio imbarazzato del capo dell’accampamento.
Il servo si guardò attorno con circospezione, ma, avendo in me molta confidenza perché «marabut» (Religioso-uomo di Dio secondo la terminologia islamica) mi fece un segno che ben conoscevo passando la mano sulla gola col gesto caratteristico degli arabi quando vogliono dire «è stata sgozzata».
Il motivo?
Prima del matrimonio s'era scoperta incinta e l'onore della famiglia tradita esigeva quel sacrificio.
Ebbi un brivido pensando alla ragazza uccisa perché non era stata fedele al suo futuro sposo.
La sera a compieta, sotto il cielo sahariano, volli rileggere il testo di Matteo sul concepimento di Gesù in Maria.
Avevo acceso una candela perché era buio e la notte era senza luna.
Lessi: «Maria, sua madre, era fidanzata a Giuseppe. Ora prima che andassero ad abitare insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo che era un uomo giusto non volendo denunciarla pubblicamente prese la risoluzione di ripudiarla silenziosamente» (Matteo 1, 19).
Insomma Giuseppe non era stato il denunciatore e Gioacchino, padre di Maria, non aveva assunto il ruolo del Khomeiny di turno ammazzando Maria come avrebbe voluto la legge. «Mosè ci disse che questo tipo di donne siano uccise» (cfr. Deuteronomio 22,24).
Ricordo come fosse ora. Sentii Maria vicina vicina seduta sulla sabbia, piccola, debole, indifesa, col suo ventre grosso, con la sua impossibilità a piegarsi, silenziosa.
Spensi la candela.
Nella notte buia non vedevo le stelle.
Vedevo attorno a noi tanti occhi che brillavano come gli occhi degli sciacalli quando attentano gli agnellini.
Erano gli occhi di tutti gli abitanti di Nazaret che spiavano quella ragazza madre e le chiedevano con tutta la potenza dell'incredulità di cui sono capaci gli uomini, e più ancora le donne: «Come hai fatto ad avere quel figlio, sciagurata, scostumata! »
Che notte!
Che so rispondere?
Che è Dio il padre di questo piccolo?
Chi mi crede?
Sto zitta.
Dio sa.
Dio provvede...
Povera, dolce Maria, piccola ragazza madre. Incominci male la tua carriera!
Come fai ad affrontare tanti nemici?
Chi ti crederà?
Quella sera sentii per la prima volta che mi stavo avvicinando al mistero di Maria.
Per la prima volta non la vedevo sull’altare come una statua immobile di cera, addobbata con abiti da regina, ma la sorella, vicino a me, seduta sulla sabbia del mondo, con i sandali logori come i miei e con tanta stanchezza nelle vene.
Allora capii perché sua cugina Elisabetta, che Maria era andata a trovare dopo quei fatti (si esce sempre volentieri dal proprio ambiente quando si è col ventre grosso e gli occhi dei vicini ti guardano in una certa maniera puritana), avesse potuto dire al termine del racconto che Maria le aveva fatto:
«Beata te che hai creduto ».
Sì, veramente beata!
Maria, ci vuole coraggio a credere a queste cose!
È difficile per noi credere a quello che dici testimoniando ci che quel figlio non è frutto di un'avventura notturna che non vuoi spiegare.
Ma è difficile soprattutto per te!
«Beata te che hai creduto» (Luca 1,45).
È il massimo che si può dire ad una ragazzina semplice, umile, povera, che ha avuto la ventura di parlare con gli angeli, lei che è un nulla, e che si è sentita dire che dovrà avere un figlio che sarà il Santo e figlio dell’Altissimo, sì, proprio lei, l'ultimo e il più piccolo «resto» d'Israele.
(Carlo Carretto, Beata te che hai creduto)

La statua di Maria nella Basilica dell'Annunciazione a Nazaret


19 marzo 2014

Così pregava Papa Giovanni XXIII

Preghiera a san Giuseppe
O S. Giuseppe,
scelto da Dio per essere su questa terra
custode di Gesù e sposo purissimo di Maria,
tu hai trascorso la vita
nell'adempimento perfetto del dovere,
sostentando col lavoro delle tue mani
la Santa Famiglia di Nazareth,
proteggi propizio noi che, fiduciosi, ci rivolgiamo a te.
Tu conosci le nostre aspirazioni,
le nostre angustie le nostre speranze:
a te ricorriamo,
perché sappiamo di trovare in te chi ci protegge.
Anche tu hai sperimentato la prova, la fatica, la stanchezza;
ma il tuo animo, ricolmo della più profonda pace,
esulto di gioia per l'intimità
con il figlio di Dio a te affidato,
e con Maria, sua dolcissima Madre.
Aiutaci a comprendere
che non siamo soli nel nostro lavoro,
a saper scoprire Gesù accanto a noi,
ad accoglierlo con la grazia
e custodirlo con la fedeltà come tu hai fatto.
Ottieni che nelle nostre famiglie e comunità
tutto sia santificato nella carità, nella pazienza,
nella giustizia e nella ricerca del bene. Amen.
(B. Giovanni XXIII)

18 marzo 2014

Uno scambio di beni spirituali


Abbiamo chiesto la cortesia a p. Albert Wach,  II Definitore della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi  che ha presieduto la concelebrazione eucaristica in onore della beata Giuseppina di Gesù Crocifisso nella Chiesa dei  SS. Teresa e Giuseppe a Napoli, presso il monastero dei Ponti Rossi di inviarci il testo della sua omelia. Come potrete leggere è un testo che ci aiuta a meditare su molti aspetti della vocazione e del nostro essere cristiani. Un grazie di cuore ancora per la disponibilità di p. Albert

La Rivelazione mi insegna che, nel mio cammino di conversione e di fede, io non mi trovo solo. In Cristo e per mezzo di Cristo la mia vita viene congiunta con misterioso legame alla vita di tutti gli altri cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico. “Chi crede, mai è solo” – soleva ripetere Benedetto XVI.
Forse la verità più consolante sulla Chiesa è proprio questa, che in essa esiste la comunione, la comunione dei santi.
E’ la verità piena di gioia specialmente nel Carmelo, dove la vicinanza costante dei santi è sentita sempre in modo molto forte. E’ la verità che sperimentiamo particolarmente oggi, quando celebriamo il 66esimo anniversario della morte della Beata M. Giuseppina di Gesù Crocifisso, una monaca di questo monastero.


Esattamente 100 anni fa, nella primavera del 1914, passando alcuni giorni nella comunità monastica appena fondata da sua sorella, scopre, specialmente durante la lettura delle opere di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa di Gesù Bambino, “come sono belli i santi” e decide “anch’io voglio farmi santa”. Per lei non è importante che si senta debole, malata e incapace. Non è importante che il monastero stesso sia  semplice, austero e povero. Non è importante nemmeno che le persone intorno manifestino tante imperfezioni e difetti. Importante è innamorarsi di queste cose così umane (della debolezza, della semplicità, della povertà) e di farle in qualche maniera proprie. “Per farsi santi – scrive durante il ritiro prima della professione solenne – ci vuole una cosa sola, fare la volontà di Dio”. E poi, lungo la sua vita, segnata da tanti limiti umani e da continue sofferenze, ripeterà spesso che “la santità non dipende dagli uomini, ma dalla grazia di Dio e dalla corrispondenza della nostra volontà”.
Questa corrispondenza della nostra volontà alla volontà di Dio il più delle volte avviene attraverso la corrispondenza della nostra volontà alla volontà dei nostri fratelli e sorelle con i quali viviamo nelle nostre case. Per suor Giuseppina tutto questo significava adattarsi alla volontà delle sue consorelle con le quali viveva nella stessa comunità e poi forse ancora di più alla volontà di tante persone, uomini e donne di ogni ceto sociale: aristocratici, umili figli del popolo, professionisti, sacerdoti, che ogni giorno e per molti anni venivano nel parlatorio di questo monastero per chiedere il suo consiglio, conforto, preghiera, parola di consolazione e forse miracolo.
In tutto questo servizio apostolico, molto strano per una monaca carmelitana, Giuseppina mai cercava la propria volontà e non seguiva le proprie attrattive, ciò che le piaceva personalmente. Cercava solo di essere trasparente alla volontà di Dio e di non ostacolare la sua azione. E così in ogni momento, nei dettagli della vita. Anche quando umanamente parlando ciò diventava molto difficile perché entrava in conflitto quasi diretto con la Regola, con la vita comune, con l’osservanza monastica di tanti atti comunitari ai quali non poteva partecipare pienamente come le altre monache e come le sarebbe piaciuto.
 Giuseppina portava nel suo cuore le parole che Gesù oggi ricorda anche a  noi nel Vangelo: /“Se la vostra giustizia non supererà quella degli  scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”/ (Mt 5, 20). Si domandava solo: come fare questo nel monastero, come superare la  giustizia degli scribi e dei farisei? E non trovava altra risposta, se non questa: vestendosi della misericordia, cioè manifestare agli altri  in concreto, /hic et nunc/,/ /l’invisibile amore di Dio. Giuseppina non  si limitava a vivere questo amore personalmente, nella solitudine della sua cella o nella preghiera comune. Si sentiva chiamata a sperimentarlo nel vivo, nell’incontro diretto con chi ne aveva bisogno. E non lo faceva solo con lo sguardo, fosse pure il più penetrante e  compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale delle persone che incontrava nel parlatorio, ma, con gli occhi penetranti, quasi divini “rivalutava, promuoveva e traeva il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo” (cfr. Giovanni Paolo II, /Dives in misericordia/, 6).
Per noi, nelle vicende della vita, è estremamente difficile trovare l’equilibrio tra la giustizia e la misericordia. La nostra vita è normalmente ordinata secondo i principi ragionevoli di giustizia, e tale  ordine, oltre che necessario, generalmente ci piace. Esso ci garantisce la pace, la tranquillità, la sicurezza. Per manifestare la misericordia invece ci vuole tanto coraggio e molta immaginazione. E questi atteggiamenti sono oggi piuttosto rari. Abbiamo paura di entrare nella nostra povertà, nella nostra miseria, nella nostra solitudine, cioè nel luogo dove si sperimenta la propria precarietà (limitatezza) e dove si attinge dalle ricchezze degli altri. Dove si diventa sensibili alla volontà divina.
Ma grazie a Dio ci sono i santi, come la beata Giuseppina di Gesù Crocifisso, che ci insegnano come fare questo cammino. Loro non si fermano a metà strada e non si chiudono dentro di sé. La loro vita è sempre un’apertura di breccia verso l’origine, verso la sequela immediata e personale di Cristo in cui ritrovano la fonte del loro amore per tutti, anche per noi. 
Grazie a loro, grazie al loro amore, che sembra non avere nessun limite, si instaura tra noi tutti un meraviglioso scambio di beni spirituali, in forza del quale – come dice Giovanni Paolo II (nella Bolla di Indizione del Grande Giubileo dell’anno 2000, /Incarnationis mysterium/) – la santità dell'uno giova agli altri ben al di là del danno che il peccato dell'uno ha potuto causare agli altri”. E il Papa continua: “Esistono persone che lasciano dietro di sé come un sovrappiù di amore, di sofferenza sopportata, di purezza e di verità, che coinvolge e sostiene gli altri. E’ la realtà – secondo il Papa – della « vicarietà », sulla quale si fonda tutto il mistero di Cristo. Il suo amore sovrabbondante ci salva tutti” (n. 10).
La Beata Giuseppina ci lascia il “sovrappiù” non soltanto delle sofferenze, ma anche il “sovrappiù” della misericordia. Papa Francesco, durante l’incontro con i preti della diocesi di Roma, ha detto che nella Chiesa intera adesso è il tempo della misericordia. E non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso. Questa è stata – secondo il Papa – un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. E concretizzava: pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; pensiamo all'introduzione  della festa della Divina Misericordia.
Nell’omelia per la canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le  due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo.
La Beata Giuseppina di Gesù Crocifisso, che visse più o meno nello stesso arco di tempo, ha ricevuto dal suo Signore Crocifisso la stessa missione di misericordia. E oggi la condivide con noi nella meravigliosa comunione dei santi.Cerchiamo allora di imitarla in tutta la nostra vita e di abbracciare con tutto il cuore la nostra povertà. Ci sarà più facile accogliere il mistero della più grande ricchezza evangelica. In esso, infatti, si trova “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché anche noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9). Ricchi di misericordia.
P. Albert Wach OCD