23 aprile 2014

Quattrocento anni fa, la beatificazione di Teresa


"Era un paradiso il servirla,
e la più grande pena
che ebbi accanto a lei
fu quella di vederla soffrire".
Sr. Anna di San Bartolomeo
 
Nell'ottobre del 1582, quando Teresa morì ad Alba di Tormes, fra le braccia della sua infermeria e segretaria, la conversa Sr. Anna di San Bartolomeo, tutte le calunnie su di lei si erano dissolte. Non era più la visionaria come era stata tacciata all'epoca della fondazione di San Giuseppe, né era quella pazza com'era creduta nell'agosto del 1567 quando partì da Medina dal Campo per dare inizio a tutta una lunga serie di fondazioni.
Ma trascorsero trentadue anni dalla morte della Madre Teresa per giungere alla sua beatificazione, anni in cui la fama della sua santità, già presente quando morì, andò sempre più aumentando, incoraggiata da coloro che ebbero il compito di discernere il suo spirito: P. Domenico Báñez, predicando a Salamanca in ricordo della morte della Madre Teresa, affermavò che Teresa era "santa alla pari di Santa Caterina di Siena e che i suoi libri e la sua dottrina erano superiori".
Bartolomeo di Medina, il frate domenicano che prima di conoscerla diffidava molto di lei basandosi solo su quanto aveva udito, ora affermava che "non c'era sulla terra una Santa più grande di lei".
P. Giovanni de la Cueva affermava di ritenerla "grande Santa e donna di eccelse virtù".
 Nel 1604 Luis di Ulloa, figlio della signora Guiomar de Ulloa, dichiarava che "Teresa di Gesù fu una donna di così ammirabile vita, santità e virtù che è sempre stata ritenuta persona di grande spirito, carità, pietà e pazienza e di molta costanza e perseveranza in tutte le cose sante che ricercava, soprattutto nelle fondazioni che realizzò".
Ma affinché una persona fosse riconosciuta santa, si esigevano dei miracoli ottenuti per sua intercessione e che le reliquie fossero oggetto di devozione da parte dei fedeli. Inoltre il concilio di Trento aveva stabilito che non fossero riconosciuti nuovi miracoli né fossero ammesse nuove reliquie senza la dovuta approvazione da parte del Vescovo.
Il 15 ottobre 1591 il Vescovo di Salamanca, Gerolamo Manrique Figueroa, durante la visita ad Alba di Tormes dove accertò lo stato incorrotto del corpo della Madre Teresa e che "Nostro Signore aveva operato meraviglie per suo mezzo" e che la Madre Teresa aveva tenuto "una vita santa ed esemplare", ordinò che si desse inizio al processo informativo di beatificazione. I primi a deporre furono i Padri Domenico Báñez e Francesco Rivera, primo biografo della Santa.
Tra gli anni 1595-1597 il Nunzio del Papa, Camillo Gaetano, su suggerimento di Filippo II, ordinò che fosse compiuto il processo informativo nei luoghi dove la Madre Teresa aveva vissuto od era stata maggiormente conosciuta.
Messa insieme tutta l'informazione raccolta, fu inviata a Roma nel 1597 ed accompagnata da una lettera del re di Spagna Filippo II. A questa petizione si unirono altre: quella del concilio provinciale di Tarragona, quella della Congregazione delle Cattedrali e Chiese metropolitane dei regni di Castiglia e Leone, e quelle delle università di Salamanca ed Alcalà.
Anche P. Gerolamo Graziano inviò una lettera al Papa, a quel tempo Paolo V, manifestando il desiderio che fosse avviato il processo su Teresa di Gesù.
Nel 1604 ebbe inizio il regolare procedimento da parte della competente autorità apostolica. Al termine del quale fu pubblicato il Breve di beatificazione della Madre Teresa, firmato da Paolo V in data 24 aprile 1614:
"Noi, esaminata con attenzione questa causa, tramite i nostri venerabili fratelli i Cardinali della Santa Chiesa Romana, deputati per i sacri Riti e a cui abbiamo affidato il suo studio, ed udito il loro favorevole consiglio in risposta alle petizioni, concediamo che d'ora in poi si possa celebrare in tutti i monasteri e chiese dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi e da tutti i religiosi di entrambi i sessi l'Ufficio e la Messa della Beata Teresa come Vergine, nel giorno del suo glorioso transito, cioè il 15 del mese di ottobre, e che nella città di Alba, diocesi di Salamanca, nel monastero e nella chiesa in cui si custodisce il corpo dalla Beata Teresa, tutti i sacerdoti, sia secolari che regolari, possano pregare e celebrare rispettivamente l'Ufficio e la Messa in onore della Beata Teresa, secondo le rubriche del Breviario e del Messale romani, favore che, in virtù della Nostra autorità apostolica e per le presenti lettere, concediamo perpetuamente, senza che venga impedito dalle Costituzioni ed Ordinazioni apostoliche, né ci sia nulla in contrario. PP. Paolo V".

Feste per la BeatificazioneGrandi i festeggiamenti in onore della nuova Beata, in sintonia con l'atmosfera barocca dell'epoca, alle celebrazioni partecipava tutta la città. Le feste durarono non meno di otto giorni e abbracciavano le due sfere: quella religiosa e quella civile. In quella religiosa venivano celebrate le solenni Messe con tanto di sermone, i vespri cantati e le propose processioni con la partecipazione dell'intera città: le autorità civili, gli ordini religiosi, il clero secolare, la nobiltà, le confraternite con i propri stendardi, bandiere, croci e musica.Una volta resa nota la notizia della beatificazione, fu indetto un concorso per la migliore poesia che esaltasse la sua figura, ne lodasse le virtù. Altro ambito della festa fu quello profano: non mancarono le corride, i giochi equestri, le luminarie ed i fuochi d'artificio che sbalordivano con i colori, il frastuono e l'odore della polvere da sparo. Sfarzosi addobbi di ogni genere che si potevano notare lungo le vie, nei balconi delle case e per i numerosi arazzi esposti.

22 aprile 2014

Fede ed esperienza di Dio: così Teresa parla all'uomo di oggi

“Lo dico per averne fatto esperienza” (Vita 22,5).
L’esperienza di Dio risplende in tutte le opere di Santa Teresa. E la si avverte. Nelle sue opere in cui per obbedienza deve parlare della propria esperienza di orazione, non lo fa mettendosi in cattedra, ma con il fare di chi mette a dispeosizione dei propri lettori, ciò che ha sperimentato nel bene e nel male; nelle sue cadute e nella grande misericordia di Dio. 
"Fede ed esperienza di Dio" è il titolo del Congresso che si concluderà Giovedì ad Avila nel grande Centro Sanjuanista CITeS. 
Inauguratosi il 21 aprile con gli interventi del Padre Generale dei Carmelitani di Antica Osservanza, p.  Fernando Millàn, del Preposito Generale dei Carmelitani Scalzi, il nostro p. Saverio Cannistrà. Ad Avila, il lunedì dell'Angelo, tra i conferenzieri c'era anche p. Antonio Spadaro, direttore di "Civiltà Cattolica" che ha commentato su Twitter l'atmosfera "Un'esperienza tanto semplice e tanto bella".
L'evento nasce dalla ricorrenza dell'aniversario della beatificazione di Teresa di Gesù (24 aprile 1614).

"Non si tratta esclusivamente di un interesse archeologico, di ricordare qualcosa di molto bello avvenuto nel passato, ma di sentirsi provocati da un'esperienza che può interpellare l'uomo di questo tempo", ha detto p. Millàn. "Non si parla di Teresa senza parlare della sua esperienza di Dio - ha sottolineato p. Saverio Cannistrà, insistendo sul fatto che Teresa ci aiuta a scoprire una fede che è apertura della persona all'incontro con Dio. E' un'occasione per parlare al mondo di oggi di un Dio vivo ".
Stefania De Bonis 


20 aprile 2014

BUONA PASQUA!

«Dimmi, Maria,
cos’hai visto per via?
Ho visto morire la morte.
Ho visto il Signore risorto».

19 aprile 2014

Sabato, il giorno del silenzio

Per chi desidera una guida alla preghiera in questo sabato santo può scaricare questo libretto

18 aprile 2014

Sulla Via del Dolore con Maria

 
Dagli scritti di Edith Stein-Teresa Benedetta della Croce:

O Maria, oggi sono stata con te presso la Croce e una volta ancora ho sentito così chiaramente che sotto la Croce tu sei diventata nostra Madre. Come potrebbe la fedeltà di una madre terrena non prendersi cura di esaudire l'ultima volontà del figlio?
Ma tu, tu eri la serva del Signore: l'essere e la vita del Dio fatto uomo erano interamente inscritti nel tuo essere e nella tua vita. E' per questo che hai accolto i tuoi nel tuo cuore ed è con il sangue delle tue sofferenze che hai guadagnato ogni anima per una vita nuova.
Tu ci conosci bene tutti, con le nostre ferite e le nostre piaghe; conosci anche lo splendore celeste che l'amore del Figlio tuo vorrebbe espandere su di noi nella luce eterna.
Guida perciò i nostri passi con cura.
Nessun prezzo per te è troppo alto per condurci alla meta. Ma quelli che tu hai scelto per seguirti, per averli intorno a te un giorno presso il trono nell'eternità, ora devono restare qui con te sotto la Croce.   E' con il sangue delle loro sofferenze che devono acquistare lo splendore celeste delle anime preziose che il Figlio di Dio ha loro affidato in eredità.

17 aprile 2014

La Notte degli Ulivi raccontata da Benedetto XVI


Lo scenario della narrazione evangelica di questa preghiera è particolarmente significativo. Gesù si avvia al Monte degli Ulivi, dopo l'Ultima Cena, mentre sta pregando insieme con i suoi discepoli. Narra l’Evangelista Marco: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (14,26). Si allude probabilmente al canto di alcuni Salmi dell'hallèl con i quali si ringrazia Dio per la liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del presente. Il percorso fino al Getsemani è costellato di espressioni di Gesù che fanno sentire incombente il suo destino di morte e annunciano l'imminente dispersione dei discepoli.
Giunti al podere sul Monte degli Ulivi, anche quella notte Gesù si prepara alla preghiera personale. Ma questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo. Molte volte Gesù si ritirava in disparte dalla folla e dagli stessi discepoli, sostando «in luoghi deserti» (cfr Mc 1,35) o salendo «sul monte», dice san Marco (cfr Mc 6,46). Al Getsemani, invece, egli invita Pietro, Giacomo e Giovanni a stargli più vicino. Sono i discepoli che ha chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione (cfr Mc 9,2-13). Questa vicinanza dei tre durante la preghiera al Getsemani è significativa. Anche in quella notte Gesù pregherà il Padre «da solo», perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito. Si direbbe, anzi, che soprattutto in quella notte nessuno possa veramente avvicinarsi al Figlio, che si presenta al Padre nella sua identità assolutamente unica, esclusiva. Gesù però, pur giungendo «da solo» nel punto in cui si fermerà a pregare, vuole che almeno tre discepoli rimangano non lontani, in una relazione più stretta con Lui. Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre, ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce. L’Evangelista Marco narra: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”» (14,33-34).

Nella parola che rivolge ai tre, Gesù, ancora una volta, si esprime con il linguaggio dei Salmi: «La mia anima è triste», una espressione del Salmo 43 (cfr Sal 43,5). La dura determinazione «fino alla morte», poi, richiama una situazione vissuta da molti degli inviati di Dio nell’Antico Testamento ed espressa nella loro preghiera. Non di rado, infatti, seguire la missione loro affidata significa trovare ostilità, rifiuto, persecuzione. Mosè sente in modo drammatico la prova che subisce mentre guida il popolo nel deserto, e dice a Dio: «Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi» (Nm 11,14-15). Anche per il profeta Elia non è facile portare avanti il servizio a Dio e al suo popolo. Nel Primo Libro dei Re si narra: «Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”» (19,4).

Le parole di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la preghiera al Getsemani, rivelano come Egli provi paura e angoscia in quell'«Ora», sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita.


Dopo l’invito a restare e a vegliare in preghiera rivolto ai tre, Gesù «da solo» si rivolge al Padre. L’Evangelista Marco narra che Egli «andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora» (14,35). Gesù cade faccia a terra: è una posizione della preghiera che esprime l’obbedienza alla volontà del Padre, l’abbandonarsi con piena fiducia a Lui. E’ un gesto che si ripete all’inizio della Celebrazione della Passione, il Venerdì Santo, come pure nella professione monastica e nelle Ordinazioni diaconale, presbiterale ed episcopale, per esprimere, nella preghiera, anche corporalmente, l’affidarsi completo a Dio, il confidare in Lui. Poi Gesù chiede al Padre che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora. Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere.

Cari amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita.

Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica insegna sinteticamente: «La preghiera di Gesù durante la sua agonia nell'Orto del Getsemani e le sue ultime parole sulla Croce rivelano la profondità della sua preghiera filiale: Gesù porta a compimento il disegno d'amore del Padre e prende su di sé tutte le angosce dell'umanità, tutte le domande e le intercessioni della storia della salvezza. Egli le presenta al Padre che le accoglie e le esaudisce, al di là di ogni speranza, risuscitandolo dai morti» (n. 543). Davvero «in nessun'altra parte della Sacra Scrittura guardiamo così profondamente dentro il mistero interiore di Gesù come nella preghiera sul Monte degli Ulivi» (Gesù di Nazaret II, 177).

Cari fratelli e sorelle, ogni giorno nella preghiera del Padre nostro noi chiediamo al Signore: «sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,10). Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio. Grazie.
Benedetto XVI, Papa Emerito

Fate questo in memoria di me


"Il comando di Gesù rivolto ai suoi discepoli chiamati a perpetuare quanto da lui stesso compiuto nel cenacolo si prolunga poi nel segno della lavanda dei piedi, tanto che lo stesso Maestro e Signore dice ai suoi commensali: «Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi» (Gv 13,15). Così facendo pone una relazione profonda e indisgiungibile tra l’Eucaristia, sacramento della sua offerta sacrificale al Padre per la salvezza del mondo, e il comandamento dell’amore che si traduce nel servizio incondizionato, sino al dono della vita, ai fratelli".

12 aprile 2014

Buona Domenica delle Palme


04 aprile 2014

Quando S. Teresa fu proclamata compatrona di Napoli

Busto realizzato quando fu proclamata patrona di Napoli


Era il 4 aprile 1664 quando un frate carmelitano scalzo, p. Vincenzo della Croce, napoletano di adozione, che era stato priore in Polonia e nelle Fiandre (dove conobbe e fu confessore di Anna di S. Bartolomeo, la suora che fu segretaria e infermiera di Teresa di Gesù) fece un annuncio molto atteso.
P. Vincenzo molto vicino alla comunità carmelitana di Napoli, città dove la riforma teresiana si era affermata velocemente e ai cittadini  ebbe il compito di annunciare ufficialmente che il Parlamento Generale, convocato dal reggente Conte di Pegnaranda, indicato dal Celano come “Il divotissimo signor conte di Pegnaranda, viceré con larghissime sovvenzioni” aveva proclamato,
per acclamazionem, S. Teresa di Gesù, patrona e protettrice della città e del Regno di Napoli.
Fu, questa, la proclamazione civile che suggellò quella ecclesiastica avvenuta nel 1636, quando l’arcivescovo Buoncompagni aveva ottenuto da Roma il decreto di elezione di S. Teresa a Patrona di Napoli.  Sin dal 1622, anno della canonizzazione della Riformatrice spagnola, Napoli aveva manifestato per Teresa una particolare venerazione. Come mai passarono ancora tanti anni? Si era deciso di non aggiungere altri patroni. A smuovere le acque un favore ottenuto grazie all’intercessione della santa, pregata intensamente il 26 agosto 1647 perché fosse messa fine a una serie di ribellioni nella piazza del popolo.

Non meraviglia che sia stato proprio il conte a fare questo regalo alla città: egli era molto legato all’ordine carmelitano, e molto devoto a Santa Teresa d’Avila. Grazie a lui furono arricchiti e perfezionati alcuni edifici religiosi come la stessa Chiesa di S. Teresa a Chiaia, la più antica intitolata alla santa di Avila. Qui, nel prossimo mese di maggio, con i frati e organizzeremo una mattinata di arte e spiritualità.

Stefania De Bonis


03 aprile 2014

Deserto. luogo d'incontro con Dio

Siamo nel pieno del cammino quaresimale e vogliamo proporre, anche a chi legge il nostro blog, la bella esperienza vissuta dalle fraternità della Campania a Maddaloni, con il ritiro "Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore", guidato da p. Arturo Beltràn che ci ha proposto due meditazioni.
 
PROLOGO
Il titolo del ritiro che stiamo vivendo è: “Ti condurrò al deserto e parlerò al tuo cuore”, parole tratte dal libro del Profeta Osea (Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore
). Anche se il termine deserto ha una connotazione negativa, perché è un posto dove non c’è vita, non c’è vegetazione e la gente e gli animali tentano di allontanarsi è anche un luogo che esercita una particolare attrazione sulla persona che cercava Dio, come vedremmo in questa riflessione. Soprattutto nella spiritualità biblica, e in quella Carmelitana, il deserto ha una grande importanza. Numerose volte questa realtà è citata nelle Scritture e nelle opere di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce.
Il deserto è stato sempre, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, una categoria presente in chi ha voluto trovarsi con Dio. La sua solitudine, il suo silenzio, l’assenza di stimoli esterni, ha fatto sì che dall’antichità le persone che cercavano Dio fossero portate a isolarsi qui. Vi si è recato Abramo in cerca di Dio (Genesi 12,1-4), è il luogo dove Dio ha parlato con Mosè, nel roveto ardente, dove si è rivelato al suo popolo, Israele, dove lo ha amato e creato come sua creatura… quindi il deserto è il luogo dove Dio “attua”.
La spiritualità carmelitana ha saputo riconoscere questi segni della tradizione spirituale biblica e li ha inseriti nella sua vita. Il Carmelo è nato propriamente nel deserto, se non propriamente in un luogo pieno di sabbia, ma in un luogo solitario quasi fatto apposta per incontrare a Dio e adorare sua Madre in tranquillità e serenità. Così i  primi pellegrini si sono radunati come eremiti nel Monte Carmelo attorno ad una cappella in onore della Madonna per vivere questa esperienza personale di contatto con Dio. Anche Santa Teresa e San Giovanni della Croce cercavano il deserto per la sua vita spirituale, tanto esteriore quanto interiore. La Santa Madre ha voluto creare dentro lo spazio ristretto dei suoi monasteri una piccola Tebaide carmelitana piena di cappelle che ricordassero il deserto del Monte Carmelo (i romitori); anche San Giovanni della Croce, secondo le tante testimonianze che abbiamo di lui, si ritirava nella montagna di Segovia nella solitudine.
Tutto questo ci dimostra paradossalmente come il deserto possa essere apertura al trascendente. Potremmo dire, come hanno scoperto e sperimentato Santa Teresa e San Giovanni della Croce, che il deserto è un luogo disabitato ma allo stesso tempo abitato da Dio. E’ uno dei tanti paradossi che troviamo nella Bibbia. 
Il desiderio di deserto e solitudine nasce in Santa Teresa dalla lettura della vita dei santi quando leggeva che si ritiravano del deserto per servire Dio, dopo con la sua evoluzione spirituale e esperienza personale si rende conto che il deserto è qualche cosa più interiore che esteriore, ed è questo che tenterà di trasmettere nel suo carisma e riflette nei suoi monasteri attraverso la vita di preghiera e la creazione di romitori nello stesso monastero. Ma l’ideale per Teresa non sarà vivere in solitudine, ma vivere da sole con Lui. È nel cuore più che nella cella più lontana dove si vive la solitudine con Gesù. Per Giovanni della Croce il vero deserto è quello della crescita umana, come l’esodo del popolo d’Israele per il deserto, è una ricerca di Dio attraverso le diverse tappe della vita spirituale. Questo cammino porterà l’uomo dalla schiavitù dei sensi alla liberta dell’incontro con Dio.
 
 
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